MOSTRA

Segni senza nome

Un'indagine contemporanea
29 maggio - 15 ottobre
Menhir Museum - Palazzo Aymerich - Laconi

Il concept della mostra parte da una domanda molto semplice: se spogliassimo i simboli dal loro vestito di pietra, daremmo loro un'altra interpretazione? Che significato avrebbero oggi gli stessi segni tracciati migliaia di anni fa?

Per rispondere a questa domanda abbiamo fatto un gesto di sottrazione; utilizzando un materiale leggero e moderno come il fil di ferro, abbiamo esplorato la complessa e variegata iconografia prenuragica e nuragica. Abbiamo isolato i suoi simboli dal contesto rurale di appartenenza, portandolo al primo piano di un palazzo. In questo contesto antitetico il linguaggio si capovolge: l'occhio di ogni visitatore che osserva, indaga, specula mette in moto una nuova visione, contemporanea e sempre inedita.

L'opera manifesto dell'intera esposizione si pone come sintesi di questo concetto: un esame visivo, una tavola oftalmica composta da segni che non hanno un nome. Un cortocircuito tra vista e linguaggio che ci rende ciechi nel nostro silenzio.

L’allestimento espositivo è pensato per integrarsi perfettamente nell’ambiente del palazzo, valorizzandone gli elementi architettonici e decorativi (nicchie, soffitti, pavimenti, focolari).
Lo sguardo viene guidato dalle opere nelle diverse direzioni dello spazio, costringendo il visitatore ad adeguare passo dopo passo il suo punto di vista

Se nella prima sala bisogna scrutare nell’incavo delle nicchie per guardare da finestre che affacciano sul nulla e “superare” un esame della vista che permette al visitatore di proseguire il suo cammino,

Nella seconda sala il movimento diventa circolare: spirali, cerchi concentrici, volumi vuoti si fanno scrutare da diverse angolazioni e proprio questa visione dinamica rivela immagini differenti.
Quello che emerge è una stratigrafia di simboli complementari, che si rivela livello dopo livello.

Nella terza sala lo sguardo si sposta in alto. Dal soffitto affrescato pendono simboli monumentali erosi dal tempo e lo spazio si popola di frammenti sospesi, schegge di pietra e tracce inequivocabili del passaggio umano.
È lo spazio del mondo rurale, custode e testimone della memoria del passato; un mondo contadino che riconosce la centralità dei luoghi, li ripopola e li riusa ponendosi come parte di un ciclo che si ripete all’infinito.

Nella quarta e ultima sala si scende a livello e sotto il suolo. La penombra trova corrispondenza nel pavimento in marmo scuro e lo sguardo si concentra nel punto focale della stanza: il focolare.

Qui, protetto da un mantello marmoreo e sorvegliato da un coro di vestali arcaiche, il simbolo della vita: l’acqua che scorre nelle viscere delle terra ed emerge nell’architettura sacra dei templi a pozzo.
L’opera è ispirata al pozzo sacro di Santa Cristina di Paulilatino e si pone come simulacro che abbraccia simbolicamente gli elementi del mondo antico: l’acqua, il fuoco, la pietra, il ferro, il rame.
La chiave di volta che apre e rivela i segreti del mondo sotterraneo.
Da qui l’indagine esce dalle stanze del palazzo e continua fuori.

Durante tutta la durata della mostra sono stati organizzati dei piccoli cantieri di indagine guidati dall'artista con l'intento di esplorarne più da vicino i temi. I laboratori hanno preso vita nella corte del museo e nel vicino parco Aymerich, in collaborazione con associazioni locali e festival del territorio. Inoltre i visitatori sono stati dotati di un piccolo manuale tascabile per proseguire il loro viaggio di ricerca individuale a casa.

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